Eveline
Di quando ho visto un fantasma in una vecchia libreria di Parigi.
La prima volta che ho visitato Parigi mi sono imbattuta in modo casuale nella Shakespeare and Company, una libreria fondata nel 1919 e situata sulla Rive Gauche, nel quartiere latino. La storica proprietaria, Sylvia Beach, ospitava grandi scrittori dell’epoca e fu la prima a pubblicare “Ulisse” di James Joyce. In questo primo episodio vi porto all’interno di questo luogo senza tempo in cui la letteratura sembra prendere vita. Sarà per questo che, proprio qui, ho provato quella che Joyce attraverso gli occhi di Eveline definisce un’epifania?
La ghiaia del piccolo sentiero che attraversava il parco scricchiolava sotto le nostre scarpe mentre ci spostavamo verso la Shakespeare and Company. La scenografia verde e rigogliosa era interrotta da un ammasso di impalcature di ferro e da teli bianchi e sgualciti, al profumo di resina e foglie secche si aggiungeva un leggero odore di legno bruciato. Stavamo camminando all’ombra di una cattedrale che stenta a sopravvivere, con quei grandi teli bianchi che facevano da cerotti su una ferita ancora sanguinante. Osservandoli rivedevo le immagini delle fiamme che divampano e della guglia che cade. Ricordo gli occhi increduli di mia madre che, incollata alla televisione, cercava risposte nelle scritte bianche che scorrevano veloci sopra una banda rossa, come se quelle parole potessero fornire più spiegazioni delle immagini che si ripetevano a ruota. Notre-Dame stava bruciando e con lei tutta la sua leggenda. “Vedi, se quella volta avessi saltato la fila con me… ora non la vedrai mai più.” Il mio orgoglio di stampo europeista mise a tacere quella sensazione di occasione perduta nata dal rimprovero di mia madre. Non saltavo mai la fila all’italiana, non lo avevo fatto quella volta e non lo farò le prossime.
Quando io e le mie amiche ci trovammo appena prima della partenza per buttare giù una specie di itinerario, le guardai una a una, sapendo che di lì a poco avrei colto nei loro occhi la meraviglia nata dalla proposta che stavo per fare. Chiesi se conoscessero la Shakespeare and Company e quando mi risposero di no, scrissi sul documento Word “giro alla libreria”. E così, eccoci in un tiepido sabato di fine settembre a camminare sotto gli alberi le cui foglie iniziavano a ingiallire, ma i cui rami si tenevano stretti gli ultimi istanti d’estate.
Varcata la soglia della libreria, vidi gli occhi delle mie amiche spalancarsi e percorrere ogni centimetro di quella sala. Come formiche a cui è appena stato tolto il sasso sotto cui si nascondevano, iniziarono a muoversi in direzioni opposte e a perdersi tra gli scaffali di quel piccolo forziere letterario nel cuore di Parigi. I volumi erano accatastati sopra scaffali che avevano visto anni migliori, eppure, nonostante le mensole soffrissero il peso dei libri, resistevano mostrando solo una lieve curvatura al centro. La fatiscenza di quel luogo era la sua più grande qualità; il legno bucato dai tarli, le travi sbilenche e i muri tappezzati da fotografie, stampe e scritte rendevano quel posto un libro di storia da studiare, senza seguire una cronologia precisa degli eventi. Cercai le mie amiche facendo correre lo sguardo da un capo all’altro della stanza, finché i miei occhi si posarono su alcune foto in bianco e nero appese a una parete. Mi avvicinai per osservarle meglio ma lo strato di polvere sulle cornici lo rendeva un compito difficile. Una di queste foto raffigurava un uomo e una donna in piedi vicino all’ingresso della libreria, entrambi guardavano dentro l’obiettivo accennando un sorriso destinato a durare più di un secolo. Nella targhetta posta sotto la cornice, lessi che si trattava di uno scatto del 1919 e che quelli erano James Joyce e Sylvia Beach, la proprietaria della Shakespeare and Company. D’un tratto, la mia attenzione venne catturata dalle note di un pianoforte. Spostai lo sguardo verso una scala: era da lì che veniva quella musica. Misi un piede sopra il primo scalino, nel punto in cui la vernice rossa, ormai consunta dai piedi di migliaia di persone, aveva lasciato il posto al legno vivo, come una ferita aperta impossibile da rimarginare. Su ogni gradino c’erano scritte delle parole e, salendo, composi tutta la frase su quella melodia. “I wish I could show you when you are lonely or in darkness the astonishing light of your own being”. Più salivo, più venivo inghiottita dal buio. Arrivata al piano di sopra, fui accolta dal calore di alcune lampade ministeriali che interrompevano l’oscurità in certi punti, facendo luce su mani che versavano inchiostro sulle pagine di un diario; componimenti di vita altrui in cui, forse, mi sarei potuta riconoscere. Altre mani spingevano frenetiche i tasti di un pianoforte, componendo una colonna sonora che scandiva il ritmo delle penne di chi, in quel momento, stava scrivendo parole con l’idea di farle durare per sempre.
Distante dal sembrare umano, quel personaggio seguiva un copione tutto suo, era impeccabile e sapeva di esserlo: ostentava la sua bravura attraverso ogni suo nervo, si muoveva con una teatralità esagerata, irritante; le smorfie sul viso erano innaturali, studiate. La musica era celestiale, ma lui lo avresti preso a sberle. Quei virtuosismi e quelle smorfie mi costrinsero a rifugiare lo sguardo tra i vecchi libri impolverati; la sua era una poesia che si poteva apprezzare solo con l’udito. Quando finì il brano mi ritrovai le guance rigate dalle lacrime. Non so perché, non ricordo nemmeno a cosa stessi pensando; l’unica cosa che ricordo è che, dopo essermi passata il dorso della mano sulle guance, scesi le scale e mi ricongiunsi alle mie amiche. Non erano passati più di tre minuti da quando quelle lacrime senza pianto erano scese a quando la Eveline di Joyce me le aveva asciugate. Facemmo la fila alle casse e comprammo tutte e quattro un libro sulla storia della Shakespeare and Company. Ho smesso di farmi domande su come gestisco le emozioni e su perché certe cose mi colpiscono più di altre; l’unica cosa di cui sono certa è che a Parigi c’è una piccola libreria con una finestra che si affaccia sulla Senna e dietro i cui vetri il nostro vissuto può trasformarsi in un fiume pronto a esondare se lasciamo le nostre storie nelle mani di poeti, scrittori e musicisti.



